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Dei diaframmi e delle pene


Diciamolo: gli automatismi in fotografia spesso funzionano benissimo.

Si tratti dell'ultima ammiraglia da 5000 € di Nikon o Canon, di una reflex per principianti, di una compatta o del vostro smartphone, se non avete voglia di ammattirvi col controllo di tempi, diaframmi, sensibilità, lettura esposimetrica, temperatura della luce... basta lasciar fare alle impostazioni automatiche: inquadrare, scattare e via. E giusto per essere sicuri, uno scatto in più che non si sa mai.

...

e poi guardi nel monitor e a volte il risultato alla fine non è proprio il massimo.

A quel punto ti scoraggi e pensi di non essere in grado di fare foto decenti.

O altrimenti ti ci metti e provi a capire perché quello che avevi in mente quando hai fatto click è così diverso da quello che stai vedendo sul display.

Bene! Ottimo! Hai appena scelto la strada giusta!

La strada giusta è imparare a governare la macchina fotografica.

Superando la pigrizia e il legittimo sconforto iniziale, dovuto anche alla mole di parametri che sembra essere necessario addomesticare, puoi iniziare il tuo cammino.

Il primo scoglio è rappresentato dai diaframmi.

Il diaframma non è altro che quel foro a dimensione variabile (e sarai tu a variarlo) attraverso il quale passa la luce che andrà a colpire il sensore (o la pellicola, se ti pare).

Banale: più è grande il foro, più luce passa. Esattamente come succede quando riempi un bicchiere di acqua dal rubinetto: più apri il rubinetto e più acqua passa.

Ma c'è un'altra implicazione importantissima: al variare dell'apertura del foro varierà anche la porzione di scena che apparirà a fuoco (è una legge di ottica, non è qui il luogo per approfondire, ma se qualcuno è tanto perverso da volercisi addentrare, basta che chieda e fornirò la documentazione).


Per capire meglio facciamo qualche esempio. In questa mia foto di qualche anno fa volevo che l'unico soggetto leggibile fossero le mani (una delle due è la mia) e che il resto rimanesse molto fuori fuoco per non deviare l'attenzione. L'inquadratura è dall'alto al basso e quindi sullo sfondo non c'è altro che il pavimento. In realtà in alto a destra compare pure la sagoma di un piede, ma talmente fuori fuoco che no dà fastidio: l'attenzione dell'osservatore dimane sulle due mani, anche grazie alla forte composizione centrale.


Come esempio opposto invece ho scelto questo paesaggio urbano torinese. Per realizzarlo ho appoggiato a terra la macchina fotografica in prossimità della grata che occupa la parte inferiore del fotogramma. Sul lato sinistro puoi vedere una sorta di cilindro che si staglia sul tipico cielo slavato di Torino. Si tratta di una torre di raffreddamento alta diverse decine di metri e distante circa 200 metri (se hai voglia di farti un giro, il posto è questo). Sul lato destro si trova un dissuasore antiparcheggio e al centro il gabbiotto/acquario che funge da accesso al parcheggio sotterraneo. Come puoi notare tanto la lontana torre di raffreddamento quanto la grata in primissimo piano sono a fuoco e i loro dettagli molto ben leggibili (unica parziale eccezione la porzione di grata più in basso, quella più vicina al punto di ripresa). E sono a fuoco ovviamente anche tutti gli elementi tra la grata e la torre. La scelta è voluta, la mia intenzione era di confondere la lettura accostando i diversi elementi presenti, deformati dalla prospettiva e dalla vicinanza/lontananza rispetto al punto di ripresa.


Ultimo esempio come via di mezzo. Mi trovavo in un maneggio e una bellissima successione di cavalli che si sporgevano dai loro ripari mi chiamava per qualche scatto. Non ho potuto resistere. Ho fatto in modo che il cavallo in primo piano fosse a fuoco, mentre ho lasciato scorrere in un movimento di sfocatura sempre maggiore gli altri cavalli. Lo spazio di fuoco è limitato, ma non tantissimo, affinché anche i dettagli dei cavalli fuori fuoco siano leggibili. Avrei potuto fare in modo che tutti i cavalli fossero a fuoco o, all'opposto, che lo sfocato fosse talmente incisivo da perdere i dettagli degli altri cavalli, ma così si sarebbe perso il ritmo, uno degli elementi compositivi di questa foto.

Nella foto delle mani si dice che la "profondità di campo" è limitata. Nella seconda la "profondità di campo" è molto estesa. La terza è una via di mezzo. Si ottengono ampie profondità di campo chiudendo i diaframmi (ovvero il foro), mentre si hanno limitate profondità di campo quando i diaframmi sono molto aperti. L'apertura dei diaframmi si indica con un numero che di solito varia tra il 2,8 e il 22 con una successione quasi lineare (2,8 4 5,6 8 11 16 22) dove i valori numericamente bassi indicano i diaframmi aperti (per cui poca profondità di campo) e i valori alti indicano i diaframmi chiusi (per cui molta profondità di campo).

In estrema sintesi, come regoletta da ricordare per fare in fretta, il numero dei diaframmi indica quanta parte della scena sarà nitida attorno al punto che abbiamo scelto a fuoco. Per cui:

- diaframma a 2,8: poca scena nitida;

- diaframma a 22: molta scena nitida.

E tutti i valori in mezzo che trottano.

Anteprima per la prossima puntata: ma allora siamo tutti liberi di usare qualsiasi diaframma quando ci pare?

Risposta: no.

Anzi: ni.

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PERCORSI FOTOGRAFICI  da un'idea di Michel Guillet

in collaborazione con Video Events

P.iva 01917550491

 

 

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